Dzień Pamięci 2021: lektura sceniczna dramatu poświęconego Zuzannie Ginczance

Z okazji  Dnia Pamięci o Ofiarach Holocaustu 2021, zapraszamy w niedzielę 7 lutego br. na godz. 18.00  na wieczór zadedykowany Zuzannie Ginczance, podczas którego Teatr Mangrova (wystąpią Beata Dudek i Davide Capostagno) przedstawi  lekturę sceniczną  Mikołajska 26, krótkiego dramatu poety, pisarza i tłumacza Jarosława  Mikołajewskiego w przekładzie Victorii Musiołek-Romano. Link do wydarzenia tutaj.

Il 7 febbraio alle ore 18.00 presso il Polo del „900 Lettura scenica, proposta per la Giornata della Memoria 2021, del breve dramma Mikołajska 26 di Jarosław Mikołajewski, sulla poetessa Zuzanna Ginczanka con Mangrova Teatro.

In diretta sulla pagina facebook dell' Istituto Storico della Resistenza di Torino:

http://www.istoreto.it/event/mikolajska-26/https://www.facebook.com/istoreto/

Organizzata dal Consolato onorario di Polonia in Torino e dall' Istituto Storico della Resistenza di Torino in collaborazione con la Comunità Polacca e la Comunità Ebraica di Torino ed il sostegno del Consolato Generale di Polonia in Milano e del Comitato Resistenza Costituzione del Consiglio Regionale del Piemonte.

In collegamento sarà presente l’autore che dialogherà con traduttrice e ricercatrice Victoria Musiołek-Romano.

Alla domanda „Chi sei, Zuzanna?”, sarebbe forse più cauto rispondere procedendo ad esclusione, elencando quindi tutta una serie di sostantivi e aggettivi che le potevano essere difficilmente attribuiti. Ogni tentativo di definirla, descriverla con certezza, una volta per tutte risulta vano, dal momento che il non detto e l’implicito avrebbero la meglio, dato l’ambiguità e i pareri contrastanti delle persone che l’hanno conosciuta, nei quali rimane avvolta la sua figura. Lei stessa, del resto, non amava denudarsi dalla propria identità, facendo credere alla gente che le sue origini erano armene, muovendosi con grazia e con una camminata da regina, spesso veniva fraintesa, diventando l’emblema della femminilità, della bellezza esotica, veniva considerata più che una persona una donna, più che Zuzanna, cittadina europea un’ebrea, ancora più che una poetessa una martire, vittima della Shoah. Sono tutte le etichette che con il tempo le si sono cucite addosso. Magari il paragone sarebbe più adeguato – nel mondo animale, somiglierebbe senz’altro a una cerbiatta, con la sua eleganza, la delicatezza nei movimenti, i contorni slanciati, i suoi capelli intrecciati in una corona maestosa, il suo modo di porsi e quella presenza fugace, irraggiungibile, indisturbata. Perfino una dei suoi nomi „Sanna” trova la corrispondenza fonologica con l’equivalente polacco di cerbiatta „Sarna”.

Rimangono però alcuni fatti essenziali ed elementi biografici della sua vita appurati in grado di avvicinarci a Zuzanna che vale la pena di riportare. Zuzanna Ginczanka (Zuzanna Polina Gincburg) nasce a Kiev il 9 marzo 1917 in una famiglia russofona di origini ebraiche. Ben presto scopre la sua vera vocazione e decide di diventare una poetessa, scegliendo il polacco come lingua in cui comporre. Debutta nel 1931 a 14 anni con la poesia Il banchetto delle vacanze, pubblicata nella rivista della sua scuola. Più tardi manda alcuni suoi scritti al poeta polacco Julian Tuwim, lui la incoraggia a seguire quella strada. Difatti, di lì a poco Zuzanna intraprende una vera e propria carriera letteraria, diventando autrice di oltre centosessanta poesie, satire e liriche, un’eredità scampata alla guerra e emersa finora alla luce del giorno. A diciannove anni, nel 1936 inizia la collaborazione col settimanale satirico Spilli, dove pubblica le pungenti satire contro il crescente antisemitismo e contro il fascismo. Esce la sua prima e ultima raccolta di poesie intitolata I centauri. Nelle sue opere si nota l’impronta dei Skamander, dei futuristi, mentre la sua poesia assume toni dell’avanguardia e somiglia quella di Leśmian, soprattutto per i numerosi neologismi. Lo scoppio della guerra la coglie a Równe, città nella quale Ginczanka ha trascorso la sua infanzia e dove viene cresciuta dalla nonna Klara Sandberg. Una volta che Równe è in mano ai sovietici, si sente costretta ad abbandonarla, trasferendosi a Leopoli – e qui che ha inizio il suo vagabondaggio imposto dagli sviluppi bellici. Dopo anni passati tra continui spostamenti, fughe e nascondigli, rischiando più e più volte di essere denunciata per la sua identità ebraica, nel 1944 viene arrestata
a Cracovia, tradotta nel famigerato carcere in via Montelupich, per poi essere uccisa poco prima della fine della guerra.


Proprio quest’ultimo capitolo della sua vita, fino all$arresto, è l$oggetto della lettura scenica, di Mangrova Teatro, proposta per la Giornata della Memoria 2021.


È l’anno 1944 o forse 1943, potrebbe essere anche il 1942. Zuzanna Ginczanka, poetessa polacca conosciuta come „Sana”, „Sanna”, all’anagrafe Zuzanna Polina Gincburg, ebrea nata a Kiev e trasferitasi in Polonia lotta per la sopravvivenza. Erano anni difficili, non – o almeno non
solo, per la guerra, l’incombente pericolo, ma per il fatto di doversi nascondere. La sua bellezza la tradiva, era facilmente riconoscibile, stigmatizzando la sua persona, definendola in modo limitatamente inappropriato – era più che una bella donna, amica dei poeti polacchi in voga in quegli anni come Tuwim e Gombrowicz, frequentatrice dei salotti riservati all’intelligenza polacca di Varsavia come „Adria”. Più di una volta ha rischiato di essere denunciata, lo documenta attraverso la sua celebre poesia Non omnis moriar, fortunatamente messa in salvo dall’amica. Ma nascondersi è soprattutto paura, temere di essere scoperti e per le cose più futili, quotidiane, accanto alla quale ce n’è un’altra, quella dell’arte frenata dal rombo della guerra, quella che deve o avrebbe dovuto sopravvivere e quella che non avverrà mai, facendo il conto con la realtà. L’alloggio a Cracovia in via Mikołajska 26 ha segnato indelebilmente la vita di Ginczanka: è li, dove viene arrestata dalla Gestapo, prelevata nel carcere di via dei Montelupich per poi essere uccisa. Su di lei si sa tanto, ma poche sono le certezze, portando la sua figura tra il mito e la leggenda. Jarosław Mikołajewski nel suo breve dramma cerca di ricostruire i suoi ultimi attimi da donna non più libera e non ancora imprigionata, sfiorando il limite del racconto fantadogmatico, tra i fatti e la realtà da ricostruire, o piuttosto da intuire. Un racconto di ciò che era, ciò che avrebbe potuto essere o ciò che dovrebbe essere.

Oggi di lei ci rimangono delle belle poesie che costituiscono solo una parte della sua produzione letteraria, le fotografie in cui appare fiduciosa e a volte riservata e, infine, una verità da scoprire che forse ci permetterebbe di scoprire qualcosa su noi stessi. Libera dai pregiudizi, spoglia dell’aggettivo prorompente, lascia l’autore del breve dramma e tutti noi con un’unica domanda: „Chi sei, Zuzanna”?

Victoria Musiołek-Romano




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